La terra nera

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Carestia, pandemie, guerre. Più si andava avanti, più si ampliava il ventaglio delle apocalissi e ci restava solo l’imbarazzo della scelta, anche se pochi potevano scegliere davvero. Non vi era chi non avvertisse la vibrazione di abitare in un mondo stanco.

Cominciò il tre gennaio duemilaventinove in Indonesia. Dal suolo sgorgava petrolio, da crepe sempre più grosse e non smetteva mai. Come a dire “lo volete? eccovelo” il lago buio si mangiò le strade, le case, le città. I fuochi che scoppiavano non la smettevano di ardere, quella roba continuava a uscire infuocata. Fu poi il turno di alcune medie città della Cina. Le personalità più importanti evacuavano verso altri paesi, dando luogo a riunioni imbarazzanti. Sempre più capi di stato erano capi di stati che non esistevano più.

E chi fuggiva non poteva davvero sapere cos’avrebbe trovato all’arrivo. Talvolta la marea iniziava dalle montagne e scendeva a valle mangiandosi tutto. Eppure, nella matematica certezza che la fine della fauna fosse anche la fine dell’uomo si cercava lo stesso di scappare. Era più forte di noi. L’Artide sembrava immune o magari era solo più indietro degli altri. E chi poteva dirlo? Forse l’invito al Polo Nord era solo un diversivo, propaganda di chi aveva trovato un posto sicuro altrove e non voleva altri tra le palle, anche solo per godersi lo spettacolo.

Sull’isola di Spitsbergen il personale, intanto, attendeva invano. L’elicottero della stampa, per quel servizio sulla prima missione tutta femminile nella Base Italiana, sarebbe dovuto arrivare tre mesi prima. Si sfidava il terrore e la paranoia tenendosi in forma e attente, lavorando come sempre e comunicando con le altre basi sulle Svalbard. Dirigeva Tania Fringanesi, ricercatrice capo del CNR.

Quella sera Tania entrò in sala mensa con la penultima cassa di prosecco, sottratta al deposito senza troppi pentimenti. Nessuna alzò un dito, anzi i calici furono radunati al centro della tavolata perché le notizie dalla terraferma erano, al solito, orribili e si doveva andare avanti in qualsiasi modo. Due ore dopo chi era ancora in piedi portava via le bottiglie vuote, e qualcuna di loro pensò a voce alta:

“Frega un cazzo se non siete d’accordo. S’è fatto troppo le difficili coi ragazzi, giù a casa.”

A trenta metri di distanza, sotto un vento crudele si apriva, gioiosa e placida, una fenditura nel suolo.

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