Non mi piace più

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Ogni tanto capito in città e faccio un salto al vecchio bar della facoltà universitaria. Personale e interni del locale sono cambiati rispetto agli anni d’oro, ciò che mi serve è un po’ di ricordi e l’aura del cazzeggio per ritrovare una mezz’ora di pace, in un panorama urbano che quasi non riconosco più. Prendo la tazzina, ringrazio, torno al tavolo dopo aver buttato un occhio alle pagine locali. Stessa sbobba.

Ci può stare anche un cappuccino pomeridiano, no? Dopo un minuto che compulso il cellulare, un ditino molto educato fa “toc toc” alla patta dei miei pantaloni. Sotto il mio tavolino c’è una studentessa, capelli ricci castani, occhi scuri. Musetto dolce e fare attento. Che succede, bimba. Ci guardiamo negli occhi perché pare proprio mi stia chiedendo il permesso per un pompino, indica lui col suo ditino e annuisce golosa. In giro non c’è nessuno e dall’interno del bar non possono vederci sicché coraggio, piccola, che ti devo dire. Non preferisci fare un salto in macchina? Ce l’ho a cinque sei minuti. No. Sembri febbricitante, come ne andasse della tua vita.

L’uccello sbuca dalla lampo con un certo stupore, è finito il letargo? Viene svegliato a bacetti sulla cappella e dopo poco si ricorda di ciò che è, si fa strada nel caldo di quella bocca curiosa. Che c’è da dire adesso: nulla. Accarezzo la fronte della mia miracolosa benefattrice che chiude gli occhi. Su e giù più veloce la bambina, tirami fuori tutto e il tavolino trema anche se sto reggendo i bordi di metallo. Continuo a carezzarla dopo quel dolce minuto, ha anche la premura di far sparire il corpo del reato e pare dopo il colpo di glottide ancor più felice di me, soddisfatta, adesso mi prega con gli occhi, ma di cosa? Non capisco. È ancora in ginocchio, stringe la mia mano sinistra e il tremore delle sue dita si trasmette alle mie. Che sia il momento delle presentazioni, penso, invece l’unica cosa che le preme è chiudermi il palmo a pugno e tirarmi su il pollice bello dritto verso il cielo. Ok, è un “OK”. Vuole quel gesto da me a tutti i costi. Grata e commossa.

La creaturina per pochi millimetri non sbatte la testa contro il tavolino mentre si rialza, è già fuggita. Aspetta mannaggia la miseria, lascia almeno che ricordi la tua magliettona verde acqua, i tuoi fuseaux. Macché. Beatitudine, dubbio, timore di malattie, intanto rimettiamoci il cazzo nei pantaloni. Nemmeno si sentono i consueti versi degli storni e in giro c’è solo una faccia o due, strano visto che siamo in pieno centro. Caro barista! Quante cose vorrei dirti e anche chiederti mentre torno al bancone col mio delizioso formicolio tra addome e pube, forse è un nuovo servizio del tuo locale? Nell’era dei bar a ogni angolo di strada ci sta che la concorrenza sfrenata apra a simili strategie, penso, ma tu barista stai guardando la televisione e con quella faccia che hai, mi sa proprio che devo guardarla anch’io. TG delle diciotto.

Elon Musk e Mark Zuckerberg sono in diretta per una conferenza stampa congiunta, pallidi e vestiti malissimo, come qualsiasi maschio adulto che stesse cazzeggiando per casa. Mi ricordo che qualche anno prima volevano menarsi in diretta, probabile che non si sopportino, adesso cercano reciproco aiuto e conferme guardandosi a vicenda quasi fossero compagni di stanza, beccati dalla preside con troppo alcool e sigarette divertenti. Tradotti e doppiati in diretta da una donna con una dizione perfetta e assente, cosa che mi fa sempre molto ridere: “Lavoriamo coi nostri staff per capire il problema. Siamo certi l’infrastruttura sia a posto. Dateci un po’ di tempo, per piacere.” La scritta in sovrimpressione parla del CEO di Google pronto a rilasciare, entro notte, il codice sorgente dei suoi servizi secondo gli ordini della Casa Bianca.

“Sono spariti i like.”
“Eh?”
“Non vanno più. Controlla pure sul telefono. Per quel che mi frega, eh, io devo star qui ancora quattro ore.”
Il barista ha ragione. Pago. Impossibile mettere “mi piace” a un qualsiasi tipo di contenuto sull’intera rete internet. Social, whatsapp, tiktok, non va un cazzo. Cioè funziona tutto, anche i commenti, ma i like no. Passa un’ambulanza forse a un duecento metri da qui, non è facile capirlo dalla sirena. Magari tra un po’ torno a casa e controllo meglio ‘sta storia. Magari qualche vecchio social funziona ancora. Digg? Si chiamava Digg?

Passo davanti alla farmacia perché l’auto non è lontana, sento rumori di colluttazione e una robusta stampella di alluminio vortica verso la mia testa. La evito per miracolo, va a schiantarsi su un motorino accanto a me: le farmaciste si stanno picchiando coi clienti. Dappertutto volano scatole di medicinali e qualcuno tira per i capelli qualcun altro e vestiti vengono strattonati, appaiono lembi di mutande e calzini in un concerto di bestemmie e grida. Chi è riuscito a mettere le mani su torazina o altri oppiacei adesso cerca di fregare una siringa senza che gli altri colleghi zombi se ne accorgano. Scappo verso la macchina prima che mi facciano a brandelli. Chissà che fine ha fatto la ragazza.

Nel poco traffico verso casa la paranoia riceve un grande aiuto dai radiogiornali. Devo fare la spesa ed è meglio che sia tanta, ma comincio ad associare “supermercato” a “pericolo”. Mi viene così una rara buona idea: farmi spennare da quell’alimentari, ci vanno solo i vecchi, e tenere in casa derrate per una settimana. Fagioli, riso, latte, quelle gallette al buon sapore di cartone pressato. L’alta cucina scordiamocela per un po’ se è vero che la gente sta dando il cervello ai maiali. E la settimana la passerò a lavorare da remoto cercando anche di non ascoltare troppe notizie, col chiavistello chiuso e la conta mentale dei parenti. Qualcuno non risponde più al telefono.

Il caos è reale ma anche internet è nel caos. Nessuno conta più un cazzo. Gli (ex) influencer pagano amici per farsi applaudire mentre si buttano giù da ponti e scogliere. Gli influencer del giardinaggio sembrano messi meglio, ma solo di poco. Probabile siano le donne a passarsela male, adesso. I commenti funzionano, la gente si scrive “mi piace” a vicenda, ma dura poco perché quel numerino era magico e la magia sembra finita. È vero: Google, Amazon hanno pubblicato i loro codici sorgenti nella speranza che qualcuno scopra l’inghippo… ma a nessuno fotte più un cazzo quando nelle strade c’è un macello, magari ci penseremo dopo.

A metà settimana metto il naso fuori. Angioletto bocchinaro, dove sei coi tuoi artifici? Repubblica regala dei like da ritagliare e regalarsi. Altri quotidiani, maestri di opportunismo, fanno iniziative simili. Ma ci sono una o due copie al massimo per ogni edicola, e presto saranno zero. Anzi è incredibile quanti giornalisti stiano resistendo, coi loro secoli di storia nell’essere drogati di attenzioni. In terza pagina si parla del tracollo del turismo: inutile partire se non si può instagrammare ed è meglio girare al largo dagli stabilimenti balneari, se non vuoi essere rincorso da balordi pronti a tutto. Morta l’economia dell’attenzione, per l’economia reale i giorni sembrano contati.

E voi direte, perché non vai anche tu a caccia di dopamina? Ogni giorno ci si avventa su qualcosa di nuovo, ieri è stato il turno dei gelati. Sono buoni. Bella scoperta. Mah, ragazzi, che vi devo dire: i miei podcast di storia antica non sono mai piaciuti a nessuno. Salvato dalla sfiga. Mentre vado a prendere l’auto per provare a rifare la spesa, vedo gente che scopa per strada coi like di Repubblica in tasca. Forse sarebbe meglio andare a piedi, ma preferisco ci sia l’auto tra me e un eventuale esagitato assassino. Anche a tirarlo sotto dubito che la polizia se ne accorgerà.

Ecco. Sono in riserva.

Tamburellando ansioso con le dita sul volante ricordo che oltre alla dolce serafina succhiacazzi ho un altro angelo nella mia vita, stavolta con la A maiuscola, che lavora alla municipale. Una delle ultime volte che sono passato a trovare Angelo, mi ha mostrato il loro deposito di merci confiscate, una sala del tesoro piena soprattutto di birre sottratte ai bangladini abusivi. Una birra ci starebbe. Anche scaduta. Risalgo in casa a prendere uno zaino e una sacca. Dovrei avere abbastanza benzina per arrivare dai vigili.

A metà strada, mentre incoraggio la mia Punto a non mollare sicurissimo che il mio amore possa vincere sulla termodinamica, vedo una macchia di colore verde sopra e nera sotto. Lei. È proprio lei. Giusto il tempo di fare il parcheggio peggiore di sempre, scendere e correre dietro a chi forse non mi ha rapito solo il seme, per vederla infilarsi in una casetta cantoniera a due piani. Squilla il mio istinto di autoconservazione: Padrone, sonora cazzata seguirla lì dentro. Tranquillo! Il cazzo è giusto il modo in cui l’ho conosciuta. Credo nelle consonanze e credici anche tu, amico. Andrà tutto bene.

Padrone, tra tutti gli organi del corpo la minchia è il peggiore da ascoltare in situazioni come questa: gli abbiamo detto a più riprese di fare il corso sulla sicurezza ma proprio non vuol sentire. E cosa intende fare con la signorina? Non la vede da giorni. Chissà di quanti atti generosi si è resa protagonista e con quanti e quali uomini. Mi perdoni se insisto. Ma certo che ti perdono, è il tuo lavoro. Adesso aiutami a non tagliarmi mentre entro in questo posto buio e fetente pieno di vetri rotti, se non di peggio.

La bimba dev’essere salita al primo piano, dal quale viene un po’ di luce e salendo le scale vedo che è crollata una parte di tetto. È bello, inquadrato così, persino il cielo grigio di questi giorni. Quattro o cinque gradini prima della cima cerco di dare un’occhiata in giro, tra i rottami e i graffiti. Bimba mi dà le spalle in un angolo della stanzetta mentre apre pacchi di patatine, probabile sia questo il suo rifugio. “Ehi”, le faccio. Ti ricordi di me? Macché, si è seduta a mangiare come una ladra. Arrivo accanto a lei e cerco di darle un buffetto sulla guancia, smuoverla a gesti.

Finalmente mi guarda, tutta piena di briciole, ma non mi sta guardando davvero. Carenza prolungata di dopamina significa apatia, deficit di memoria e coordinazione. La cucciola, questa povera cucciola, ha il cervello fritto e ormai si riempie come può. Mi viene da piangere e lei, che intanto mi si è rannicchiata contro e continua a guardarmi come fossi trasparente, sta per piangere davvero. Pessimo momento, per un’erezione. Ma ottimo per accarezzare i suoi riccioli. Non so che cazzo ci facciamo qui e come ce la caveremo ma sento di dover fare l’uomo in maniera stupida.

“Ehi. Come ti chiami? Dai smetti di piangere. Si risolverà tutto, bimba. Vieni qui. Andrà bene.” CRACK

Qualcuno ha rotto qualcosa pestandolo. Un uomo in eskimo verde. Un uomo alto e magro, che ha deciso di non nascondersi più in un angolo della stanza, si lascia illuminare dalla luce del giorno e si toglie il cappuccio.

“Non direi che andrà bene. Cioè, sì, ma non subito subito.”

“G…gesù?”

“Ciao. Lei credo si chiami Giada. Mi sa che adesso è un po’ sbalestrata. Vi dispiace se vado? Ho un po’ da fare.”

Seduti dove siamo, si vede anche uno spicchio di cielo e lo guarda anche lui. Quelli sono angeli. Tanti. Stringono trombe e coppe.

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