Non andartene, Zoe, non reggerei. Strano, perché riesci a essere scomoda e scomodante ovunque tu vada, di certo lo sei qui. Spina nel fianco di questo pacioso Eden. Il tuo volto è rutto di palude, la tua voce gatto sotto un treno. Il tuo cranio un disco rotto che urla disagio, disagio, disagio come i Beatles snocciolavano number nine, number nine, number nine.
Sei un catarifrangente di fastidio sempre al momento sbagliato, ma! Non pochi affilano la pazienza con te; suppongo che sotto tutta quella repellenza qualcosa che spinga l’uomo umano a cercar di riconoscere, delimitare quanto di te ci sia in lui. A meditarci sopra. In psichedelia, sai, ci sono le microdosi e tu hai sempre una piccola invidia, una piccola malvagità o meschinità, ci entrano sottopelle e si cerca di essere diversi.
Quando ti si fa notare che si può essere più in pace oppure equanimi, e sei dell’umore giusto, per te è una conquista che vale un Nobel. E non serve a una minchia. Entra in RAM ma non in ROM e il giorno dopo riattacchi, ma… il vero male sarebbe non riconoscerti un posto nell’armonia del Creato. Infatti, Zoe, sei un test mandato da Dio. La pazienza è santa e l’ignoranza beata.
Nemmeno attendi la terza età per parlar tutto il tempo di malattie, se alla fine di una storia c’è una bel malanno da raccontare allora è come il fondino di cioccolato solido rimasto nel cono gelato industriale. Che male fa un po’ di male? A me fa male, come la fame addolcisce il pasto tu fai dolce il fuggire.
Non andartene, Zoe. Non reggerei. Mi toccherebbe fare anche il tuo lavoro.



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