La dura legge del goy

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“Posso offrirle qualcosa?”
“Acqua frizzante, succo d’ananas e molto ghiaccio. Grazie.”

Un anonimo palazzone anni ottanta nel quartiere degli affari di Tel
Aviv, dove chi poteva tornava a casa per il tramonto. Un palazzo,
secondo tanti, troppo brutto per restarci e qualcuno a volte glielo
diceva anche in faccia. Ma Azachai, che da quasi un decennio presiedeva la Federazione Calcio Israeliana, aveva sempre avuto priorità diverse.

Di certo la sede era ormai più brutta di quelle di molte squadre che lì si riunivano. Azachai però ci si sentiva a casa: la scrivania e le
pareti debordanti di foto erano il suo mondo. Insomma, un posto che andava più che bene per le riunioni, per incontrare persone. Anche quella persona.

“L’ho già vista da qualche parte, signor Pereshik.”
“Ah si, presidente? E dove?”
“Se non vado errato, lei faceva il procacciatore…”
“…nell’Hapoel Akko. Ottima memoria, visto anche che è passata una
vita. Fu una bella esperienza.”

Quel Pereshik aveva insistito per vedersi, anche a costo di far saltare ad Azachai un paio d’appuntamenti importanti. Ma non era il caso, di quei tempi, di dire no a un tale che puzzava da un miglio di funzionario del governo. Capelli corti brizzolati, camicia bianca e pantaloni scuri, modi abbastanza cortesi ma che lasciavano trasparire urgenza.

“La ascolto. Se vuole altro da bere non faccia complimenti.”
“Gentilissimo, presidente… a posto per ora. Mi serve il suo aiuto. Lei
ama il suo sport e il suo paese, e faccio prima a venire qui che a
interpellare le squadre una per una.”
Azachai ruotò di trenta gradi sulla poltrona, per vederlo meglio e senza dir nulla.
“Presidente, questo campionato sarà l’ultimo. Temo di portare cattive notizie, perché il governo… ha deciso un giro di vite contro il gioco del calcio. In tutta Israele. Capisce che non posso fare a meno di essere qui.”
“E lei capisce, Pereshik, che stento a crederci.”
“Posso mostrarle il tesserino quando vuole. I motivi, comunque, sono due. Il primo è pratico: con la guerra ci servono gli stadi. Tutti. Il secondo è più… filosofico. I miei superiori sono convinti che il
pallone… sia una cosa da goy.”
“Opinione che lei condivide?”
“No. Ma la mia opinione è superflua.”

Azachai si alzò e fece qualche giro per la stanza, con le mani dietro ai fianchi.

“Roba da goy! Certo… ecco perché è così maledettamente bello. Lei mi chiede una cosa impossibile.”
“Il Decreto sulle Attività Ricreative sarà varato dieci giorni dopo la
fine del campionato. Giorno più, giorno meno. Per allora, l’ordine è che siate tutti pronti alla chiusura. Eventuali dissidenti finiranno in un ufficio a giocare a carte.”
“O al fronte, perché no! E io dovrei aiutarla a sopprimere il gioco ch’è tutta la mia vita?”
“Presidente, mi guardi. È solo fino alla fine della guerra.”
“Una guerra che però non finirà mai, Pereshik. Posso chiederle cosa mai pensano di mettere al posto del calcio?”
“Probabilmente la guerra stessa.” I due uomini si guardarono in
silenzio.

“Sicuro. Un gioco assai meno da goy. Che margini di manovra abbiamo, signor funzionario? Ho una gran voglia di sbatterla fuori di qui.”
“Certo che può. Entro una settimana avrebbe visite da gente meno
diplomatica di me. Più numerosa. Gente che nemmeno io conosco.”
“Lei è sicuro che il parlamento approverà…”
“Non rappresento il governo, signore. Li rappresento tutti, tutti e
nessuno. E non creda che io non la comprenda, anche per questo sono qui. Le sto chiedendo di fare una cosa con un costo sociale enorme.”
“Se ci togliete gli stadi noi possiamo solo tirar giù la saracinesca. E
se lei è chi dice di essere, non abbiamo modo di negoziare.”
“Questo non è del tutto vero. Abbiamo un terreno, giù a Bar Essem. Un po’ fuori città, ma grande abbastanza per farci un campo. In un mese. Capisco sia pochissimo, ma è meglio di niente.”
“Uno stadio o un campo, Pereshik?”

Quell’uomo abbassò gli occhi. Azachai si diresse alla finestra sperando negli ultimi minuti di tramonto. In attesa che il suo interlocutore riprendesse.

“Un campo e basta. Con pochi spalti, forse riuscirò a farli coperti. Ma un campo regolamentare, per un campionato piccolo, presidente. Sedici squadre e una sola diretta al giorno. La gente capirebbe. C’è la guerra.”
“E il vostro decreto?”
“Con l’aiuto della federazione, un divieto potrebbe diventare
questo razionamento che le propongo, e sarebbe meglio che morir di fame. Sa che ho anche giocato nel…”
“Fino alla fine della guerra, Pereshik.”
“Non sono un indovino, ma sì. Fino alla fine della guerra.”
“Ci rivediamo qui fra tre giorni. Mi dia il tempo di chiamare i club.”

L’ospite si alzò molto sollevato, ma fu fermato prima della porta.

“Pereshik?”
“Dica.”
“Suppongo sia superfluo dirle che ho un figlio, Daniel, che vuol fare il calciatore.”
“Suppone bene. C’è qualcosa che posso fare?”
“Mi ha chiesto di andare a giocare in Germania. Daniel è bravo e ha
ottime referenze. Sono molto indeciso, ma non c’è un padre che non abbia paura per i suoi figli, adesso. Devo mandarceio?”

Per la prima volta cadde ogni velo tra i due.

“Azachai, da uomo a uomo. Ciò che sto per dirle lei non l’ha mai
sentito. Né in quest’ufficio, né da me, né mai.”

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