Io e Cerbac schiacciammo col braciere la testa di un lupo per sincerarci che fosse morto, dopodiché demmo una mano a seppellire i due cacciatori rimasti a terra. Eravamo un po’ nervosi perché la cosa richiedeva il suo tempo. Le pietre focaie mi ciottolavano in tasca.
Arrivammo al punto in cui per salire era meglio legarsi il braciere addosso. Cerbac ansimava ma non sbagliava un passo, altrimenti saremmo rovinati giù. Bastava un uomo per collocare il manufatto e accendere la legna: i cacciatori superstiti rimasero all’erta anche se il fuoco era un bello spettacolo. L’aria era gelida, pulita. Il cielo sgombro: sarebbe stato mica male rimanere lì un altro po’, a pulire i pensieri. Il sole… stava già per sparire dietro le montagne vicine.
Giocoforza prendemmo più veloci la via del ritorno, a passi larghi, cercando d’indovinare la forma della statua che speravamo giù al villaggio avessero già finito. Gorg non aveva fatto una piega quando c’era stata la decisione di raddoppiare il rituale. Il mio compare mi passò la fiaschetta di liquore e tossì. Una tosse proprio brutta.
Stavo per dirgli qualcosa ma si sbracciò e indicò proprio alle mie spalle. E questo racconto non lo faremo così spesso perché c’è sempre il verso di passare per scemi, ma era una donna coi capelli rossi e gli occhi azzurri, quella che ci guardava da dietro un abete. Feci qualche passo per raggiungerla ma era sparita. Si stava facendo buio.
[CONTINUA]




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