Ecco le fiaccole accese, ecco la grande danza. Scendendo già intuivamo nel silenzio i primi contorni della statua della Grande Madre, in legno bruno. Non c’era musica ma le piccole figure attorno a essa si muovevano proprio a ritmo. Guardai per l’ultima volta il fuoco da noi acceso, un puntolino sulla cima. Il dito di Cerbac quasi mi entrò nella scapola. “Guarda”, mi fece.
Eh sì, le donne. Venti minuti fa si era procurato una storta cadendo, ma di certo non la sentiva perché si mise a correre come un pazzo. E io come un pazzo invece me la presi comoda, mi lasciai stregare dal ballo del fuoco sul viso della Generatrice della Terra. Ancora niente musica, solo donne. Qualcuna vestita con pelli pesanti, altre ubriache e prede anche loro del ritmo. La parola “freddo” svanì dalle nostre teste per chissà quanto.
Ce n’era una, o chissà, più per ognuno della mia spedizione… ma chi aveva voglia di mettersi a contare? Se mi deste un flauto, vi rifarei le note precise delle urla di gioia di Cerbac. Nel centro, sotto la statua, la bionda vestita di lupo guardava me. Mi aprì le braccia e non ci fu bisogno di parlare. Guardai due o tre degli uomini e ricambiarono il gesto d’intesa: come me, calcolavano se tutti avremmo avuto liquori a sufficienza per la notte.
Tirai un calcio che quasi sgangherò la porta di casa mia e dopo un minuto il fuoco era acceso. Lei non si fece attendere troppo e rovinammo sul letto abbracciati, mi disponevo ad annegare in quel caldo miele profumato, quelle labbra, quel falco blu tatuato sulla spalla che somigliava un casino a quello di Gorg.




Rispondi