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Ottavo padiglione – Ottavo padiglione (1993)

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Bobo Rondelli pur accompagnandosi spesso a bravi musicisti non è più lo stesso senza gli Ottavo, e se questo giudizio gli dispiace cazzi sua. Siamo tutti più poveri senza gli Ottavo, favolosa parentesi della musica italiana qui al debutto con la produzione esperta di Alberto Pirelli (Litfiba) che lecca, taglia, ricuce e mai tradisce una ricetta già perfetta: rock, cantautorato goliardico, blues e folk. Folk, come sanno tutti, perché c’è il violino e che violino.

A Preghiera il sempre ingrato compito di aprire, assolto più che bene per due motivi: perché potrebbe essere una Paint it black immaginata da Nada e perché introduce uno dei pochi temi importanti del disco, l’ipocrisia. Rotto il guscio ecco il tuorlo del brano-simbolo di Bobo, Ho picchiato la testa. Non importa se siete troppo giovani per ricordarvi dei passaggi televisivi. Va bene, poi Bobo vincerà il Ciampi e sarà incoronato poeta maledetto: tenete presente però l’approccio finto-leggerino di Ho picchiato è stato ripetuto nel disco seguente del gruppo, col titolo di Sei andata via che è bellina uguale. Casa del popolo: è cambiato qualcosa dal 1993 nei circoli ARCI? Nulla. Perfetta allora e perfetta adesso con quelle tentazioni hard rock che impreziosiscono.

Dopo le prime tre c’è Pioggia d’agosto che dubito sia rimasta nel cuore di molti ma è una bella balladina che alleggerisce la tensione, poi si riparte a bomba con Gigi balla: l’orso del Parterre di Livorno che danzava per il mal di denti. Metafora dell’eterna condizione dell’artista e altro grande pezzone feticcio di Bobo, il quale ci tiene ora a far sapere, senza più segreti, chi è e cosa vuole: Emozioni da prima sega. Ha parecchio più tiro la successiva Armiamoci e partite che è da pogo ubriaco e va benissimo così.

Massima attenzione prego per l’ingresso di Tutti gay, capolavoro senza ironia della musica mondiale e una delle canzoni che vorrei aver scritto io. L’epopea di chi va a trans è un ritratto riuscito anche meglio di Casa del popolo. Reincisa dal vivo e ancor più spaccaculi dieci anni dopo in Best a bestia. Arriva poi Storie assurde a rispiegarci chi sia Bobo e cosa faccia nella vita (il disoccupato all’Ardenza), mentre a chiudere la serranda c’è Canzone truce (gospel) ed è ciò che promette di essere. Uno dice: romperà i coglioni al quindicesimo ascolto. E invece.

Questo disco è un chicchino e visto che dura solo mezz’ora ti lascia desiderare di più, un di più che poi è arrivato. Da poco ristampato in vinile, può essere in caso sostituito dal doppio CD Ultima follia / Best a bestia, assai più raro ma pieno di versioni dal vivo belle pese e trascinanti degli stessi musicisti con dieci anni di mestiere in più sul groppone. Nei Novanta la musica italiana era meglio? Si ok ma chi se ne frega, questo è un disco da mangiare e rimangiare. Mangerei.

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